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Storie dei Borghi

Storia del Borgo di Villa Santo Stefano

Secondo il Martinori, Metabo, re dei Volsci e padre della celebre Camilla, che Virgilio canta nell'Eneide come simbolo della virtù guerriera delle donne d'Italia, era solito venire a caccia in questa zona.

Consistenti sono le presenze di epoca romana, certamente da ricollegare all'epoca della fondazione della colonia romana di Privernum ed alla colonizzazione dell'intera valle dell'Amaseno.

Con la calata dei barbari prima e con le successive imprese saraceniche, gli abitanti della valle, non ritenendosi più sicuri, si trasferirono più a monte, in posizione pedemontana, e diedero vita, verso il IX-X sec. d. C., epoca dei maggiori incastellamenti nel Lazio meridionale, al Castrum S. Stephani de Valle.

Il 15 marzo del 1125, papa Onorio II, durante le lotte per sottomettersi questa parte del Lazio meridionale, con un ingente esercito occupò Sezze e Maenza e bruciò Pisterzo, Roccasecca, Giuliano, S. Stefano e Prossedi, quindi prese S. Lorenzo (Amaseno). Dopo di ciò, i conti di Ceccano giurarono fedeltà al papa.

Nel 1165 abbiamo la seconda distruzione di S. Stefano, durante le lotte tra l'imperatore Federico I e il papa Alessandro.

Ciò ci indica che il castello di S. Stefano veniva conteso dai pontefici romani, dalle truppe imperiali e dai conti di Ceccano. In seguito, alleandosi i Ceccanesi con la Chiesa, S. Stefano passò in feudo ai conti di Ceccano insieme ad altri numerosi castelli della zona ed, in seguito, con questi, anche S. Stefano subì le alterne vicende ed i continui mutamenti di forze e di alleanze dei « de Ceccano » .

Il 15 agosto 1592 anche S. Stefano fu sottoposta, secondo la bolla di papa Clemente VIlI, alla Sacra Congregazione del Buon Governo. Per tutto il seicento i Colonna tengono il feudo di S. Stefano senza contrasti.

Nel 1816 i Colonna rinunciano ai diritti feudali così S. Stefano ritorna al diretto dominio della S. Sede, sotto il Governo di Ceccano e facente parte della Delegazione Apostolica di Frosinone e ciò fino al 1870.

Con la formazione del Regno d'Italia, S. Stefano farà parte della Sotto Prefettura di Frosinone e del Mandamento di Ceccano, posizione giuridica che ancora mantiene con la Prefettura di Frosinone e la Pretura di Ceccano.

Storia del Borgo di Acuto

Secondo la leggenda il paese fu fondato nel 450 d.C. da Anagnini fuggiti nel monte di Acuto per sfuggire ai barbari guidati da Genserico.
In realtà la verità è un’altra: sono stati trovati resti di costruzione preromane e romane sovrapposte le une alle altre in piazza della Corte sotto il palazzo ora adibito a monastero delle suore del Preziosissimo Sangue, dove forse, in tempi assai remoti, sorgeva l’Arx e, posteriormente, funzionò il Tribunale.
Dei sarcofagi trovati a sinistra dell’ingresso dello stesso edificio, contenevano ancora, nel 1925, scheletri ed oggetti funerari di tipo pagano. Altre tombe romane furono trovate alle falde del colle Burano ad 1 Km dal centro abitato durante i lavori per la costruzione delle ferrovie vicinali, delle mura e delle porte in contrada Portella. È quindi più probabile, che gli anagnini, al passaggio di Genserico, abbino trovato proprio dentro le mura di Acuto ospitalità e protezione.
La prima menzione riguardante il castrum Acuti, piccola roccaforte della diocesi anagnina, è del 1051, anno in cui figura nel privilegio emanato da Leone IX in favore del monastero sublacense con due chiese poste nel territorio del castrum, dedicate l’una a S. Quintino e l’altra a S. Felice.
 
Feudo di Anagni almeno dal XII sec. venne concesso in enfiteusi dal vescovo della città ad un certo Ildicio iudici, civi anagnino nel corso del secolo seguente, conservando però le sede Episcopale piena giurisdizione sul paese. Atteggiandosi costui a Signore assoluto, Alessandro IV lo fece espellere, dichiarando Acuto di immediato dominio della cattedrale di Anagni.
Nel 1551 il ramo gentilizio dei Caetani Palatini si impossessò con la forza del paese, in cui, forse, la famiglia aveva gìà avuto possedimenti dei Caetani; in ogni caso nel XV sec. Alto e Grato Conti di Anagni se ne impadronirono, provocando l’intervento del Pontefice Eugenio IV che ne restituì il possesso alla Chiesa.
Ritornando così sotto la giurisdizione della Capitolo anagnino, il castello vi rimase, anche in seguito senza subire altre forzate espropriazioni, come risulta dagli atti del XVI sec.
Va sottolineato, a questo proposito, che ancora fino ai nostri giorni il vescovo di Anagni è insignito del titolo di “Signore di Acuto”.

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